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Torino. Fiera del Libro. Alberto Aror Rosa: «Quando il comico diventa supplenza del serio può nascere qualche problema. Spesso grave»
Davanti le Telecamere di ParvapoliS Alberto Asor Rosa.
Il titolo che il più importante critico letterario ha assegnato alla sua ultima raccolta
di saggi, presentata all'ultima edizione della Fiera del Libro di Torino, «Un altro Novecento»,
vuole indicare
come parte della produzione intellettuale e letteraria di questo secolo sia rimasta spesso
sotterranea, inesplorata e quasi ignorata, rispetto ad alcuni autori e movimenti che
rimangono nel comune sentire, e non solo, come emblemi di questo travagliato secolo.
I saggi che compongono l'opera erano già stati pubblicati in varie sedi, inedita è
invece l'Introduzione in cui l'autore indica le linee di lettura dell'opera e guida
all'analisi del volume attraverso alcuni criteri. Nella prima sezione, Fondamenti
(il cui primo lungo saggio, Intellettuali, traccia un esame interessante e sempre attuale
del significato e del ruolo del lavoro intellettuale individuandone le radici storiche),
indica i "mutamenti strutturali" nell'operare letterarie che si sono verificati in
questo secolo, sia da un punto di vista epistemologico che sociologico. La seconda
sezione del volume, Questioni, approfondisce un altro ordine di problemi che dalla prima
derivano, cioè evidenzia le contaminazioni su cui questo secolo ha prodotto la propria
letteratura, una volta attuata la "rottura con la tradizione". Materiali e linguaggi
nuovi, spazio e tempo concepiti in modo rivoluzionario, nuovi conflitti e nuovi
dinamismi che vedono un diverso ruolo della critica e la possibilità di comunicazione
attraverso strumenti inediti. La lingua "di massa" pone prospettive di lavoro impensabili,
il cinema è un'arte che riceve e offre elementi di contaminazione con la letteratura e
forme di narrazione finora inesplorate. La terza parte del volume, Figure, esamina alcuni
intellettuali, poeti e narratori, che non sono stati dalla critica (che per Asor Rosa
ha spesso assunto uno funzione di sostituzione e di allontanamento dai testi) valorizzati
adeguatamente, se non del tutto ignorati. È questo Novecento che per l'autore sa dire
parole nuove ed efficaci e che è necessario recuperare e rileggere con attenzione,
nelle sue vene satiriche o drammatiche, nella solitudine o nella confusione che denuncia.
Ma questa Fiera de Libro quest'anno era dedicata al comico, all'umorismo...
«Sì, ci tengo a precisare che per comicità ed umorismo non si intende esclusivamente
il varietà televisivo. Ci sono forme importanti di umorismo anche nella nostra tradizione
letteraria. Pensiamo a un Pirandello. O a un Italo Svevo. Oggi io penso che
la comicità nel mezzo televisivo è un grande veicolo di civiltà. Il comico è
quella forma espressiva che tende a distaccare le cose dall'osservatore e ad
analizzarle con l'ironia. Naturalmente c'è comico e comico». Ma in termini
strettamente televisivi c'è un fenomeno importante. Prima il comico era chiamato
solo per spezzare dei ritmi, un po' come intermezzo. Oggi invece è il protagonista
assoluto. Come se la spiega questa evoluzione del genere? «Qui il discorso si farebbe
complesso. Proviamo a semplicifare. C'è una cosa sicuramente positiva e cioè la
presenza di un parco autori preparato che dà vita ad una serie di personaggi
di grande inventività e a tratti genialità. L'aspetto negativo è che il comico
tende a riempire quegli spazi televisi che poi diventa sempre più difficile
riempire con discorsi seri. E quando il comico diventa supplenza del serio,
può nascere qualche problema». Programmi diversi tra di loro, Zelig e Colorado
Café da un lato e il varietà classico e tradizionale dall'altro, vengono oggi
identificati in un unico "contenitore", in un unico "genere". È corretto o bisogna
fare delle differenze? «Bisogna fare delle differenze. Se il varietà è quella cosa
che io conoscevo quando ero giovane come voi, cioè qualcosa di simile all'avanspettacolo.
Per altri programmi bisogna sicuramente inventare altre etichette».
Glauco Di Mambro
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